Saviano, occhi profondi e rabbia sepolta, schiacciato, scacciato dalla forza del suo Discorso. Lucido, potente, vero. Le sue parole sono pietre, sono la sua Intifada. Saviano, lo sanno tutti, è l'autore di Gomorra, uno scrittore, un uomo superato dal suo successo e fatto simbolo. Ma è pur sempre un uomo, con la “o” chiusa, come dicono a Napoli, come dice lui. Un uomo di ventotto anni, Signori, ventotto. «Fanculo il successo. Voglio una vita. Voglio innamorarmi, bere una birra in pubblico, andare in libreria e scegliermi un libro leggendo la quarta di copertina. Cazzo, ho soltanto ventotto anni!». Saviano non può uscire al mattino dalla casa che non ha, perché i suoi conterranei non gliela affittano. Capita', lei capisce, Marescia', tengo famiglia. Saviano non può svegliarsi e dire Beh, me li sono guadagnati questi maledetti soldi, esco e vado a comprarmi un disco, un libro. «Quell'infame ci ha messo sulla bocca degli italiani, nel fuoco del governo e addirittura dell'esercito, ci ha messo davanti a queste fottute telecamere per soldi. Vuole soltanto diventare ricco: ecco perché quell'infame ha scritto il libro». Sputano invidia nei microfoni dei giornalisti, i ragazzi di Casal di Principe, i casalesi: gli altri, però. Una ragazzetta in jeans skinny sta attenta a mostrare il suo profilo migliore, hai visto mai che la Tv mi scopre. Qui le occasioni, come dice Saviano, te le devi strappare con i denti. Ma Saviano non è più uno di loro, non affonda nel tormento di cinquecento euro al mese, non paga il pizzo, non si è fatto ammazzare, non gli hanno stuprato la fidanzata, assassinato la madre, bruciato la casa, no. Avrebbero potuto, ma non l'hanno fatto. E lui così ci ringrazia? Alle sue parole non si può mica rispondere con un applauso, spiega un sedicenne a una giornalista stupita, basita, uno di quei giovani casalesi che la logica del Sistema la vive sulla pelle ogni giorno, ogni notte. Saviano ha fatto i soldi, e li ha fatti scrivendo un libro: peccato mortale, imperdonabile. Saviano troverebbe posto tra gli Imperdonabili di Cristina Campo, tra i Felici Pochi di Elsa Morante, tra i Corpi Celesti di Anna Maria Ortese, ma non c'è posto per lui in terra di Gomorra.
«In cattività, guardato a vista dai carabinieri, rinchiuso in una cella, deve vivere Sandokan, Francesco Schiavone, il boss dei Casalesi, per la violenza, i veleni e la morte con cui ha innaffiato la Campania, ma qual è il mio delitto? Ho voluto soltanto raccontare la storia della mia gente, della mia terra». Oggi Saviano è sulla croce e paga per i peccati della sua gente. E non solo. Nel suo bersaglio confluiscono come rivoli in un campo le nostre lacrime, le nostre umiliazioni, i silenzi mafiosi, i morti ammazzati e buttati nella calce, i ribelli cancellati, le donne violentate, i bambini armati, i tossici annientati, stramazzati sui marciapiedi di Castel Volturno vomitando qualcosa di verde che era la loro vita. In Roberto Saviano e nella sua storia confluiscono come pioggia acida su una discarica le nostre bassezze, la paura che ci chiude la bocca, la codardia dei camorristi che sparano alle spalle e tramano nell'ombra l'ultimo Show, Signori venghino, accattatevi un posto in prima fila, lo ammazziamo come un cane! lui e la sua scorta! In Saviano confluiscono come fiumi nel mare i nostri ideali di quando eravamo ancora capaci di vedere l'ingiustizia e pensavamo che la televisione fosse solo una scatola magica. «Scaricando su di me tutti i veleni distruttivi, l'intera comunità può liberarsi della malattia che l'affligge, può continuare a pensare che quel male non ci sia». Come sapeva Calvino, uno dei modi per tollerare “l'inferno dei viventi” è accettarlo e diventarne parte, fino a non vederlo più. «Diventare il capro espiatorio dei Casalesi mi rende più lucido». È chiara come una sfera di cristallo la mente di Saviano, le sue parole tagliano il nostro silenzio come lame e ci si conficcano nel cuore. Quest'uomo di ventotto anni con le sue sole Parole ha spiegato a tutti noi lettori, scrittori e pubblico di ogni colore, credo e razza, ci ha spiegato le nostre vite, ci ha narrato il lato oscuro, ci ha detto i nomi e i perché, e ci ha dato anche le prove. «Sono solo uno scrittore, e ho usato soltanto le parole. Loro, di questo, hanno paura: delle parole. Non è meraviglioso?»
Forse anche Saviano ha paura. Forse ha paura ad ogni passo, ad ogni ombra, ad ogni sguardo, ad ogni sms. Ma non ha paura delle parole. A questo Paese governato dalle ombre, che muoiono e che risorgono mute, Roberto Saviano ha dedicato le sue parole. Ce le ha regalate come diamanti, come pietre luminose che possiamo portare in tasca per farci luce. È un dovere civile, oggi, tenere in tasca le parole di Roberto Saviano e continuare a dirle, narrare ancora il suo racconto, per silenziare la paura con il suono delle sue parole. Roberto Saviano non è un simbolo, Signore e signori. La sua vita non è un reality. Roberto è un uomo, un uomo di parola. Un grande uomo di ventotto anni. «Io ho soltanto le parole, oggi, a cui provvedere, di cui occuparmi. E voglio farlo, devo farlo. Come devo - lo so - ricostruire la mia vita lontano dalle ombre».
Grazie, Roberto.
lettera aperta della scrittrice Giamila Yehya